DEGRADO E PROCESSI DI DESERTIFICAZIONE IN CAMPANIA Alcune considerazioni preliminari per capire il problema Il messaggio finale del Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, a chiusura della Sessione plenaria dell’IPCC (Intergovermental Panel on Climate Change) svoltasi a Valencia dal 12 al 17 novembre 2007 sintetizza perfettamente la posizione del mondo scientifico: “La scienza parla chiaro. Nel corso di quest’anno, i maggiori studiosi mondiali, sotto l’egida del Comitato Intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite (Ipcc), sono stati di una chiarezza che non ha precedenti: il riscaldamento globale è reale. Nei prossimi decenni, il suo impatto, se non controllato, potrebbe essere devastante, addirittura catastrofico. Sappiamo che cosa occorre fare. Abbiamo misure e tecnologie per farlo ad un costo sostenibile. Dobbiamo affrontare il problema, e dobbiamo farlo adesso. […] Se non interveniamo, sarà più arduo per i nostri figli contrastare i problemi che la nostra generazione sta affrontando ora” . Gli scienziati dell’Ipcc, destinatari nel 2007 del premio Nobel per la Pace, confermano il rischio che gli effetti legati al riscaldamento globale possano nel tempo diventare irreversibili, con danni incalcolabili a livello planetario. Anche se il mondo avesse la capacità di stabilizzare i livelli di concentrazione di anidride carbonica in atmosfera ai livelli attuali, sarebbe inevitabile per fine secolo un incremento della temperatura media di circa 1,5 ºC rispetto ad oggi, e un ulteriore innalzamento del livello del mare di 0,4 - 1,4 metri. In uno studio sugli impatti delle diverse opzioni di gestione dei rifiuti solidi urbani sul cambiamento climatico del 2001 condotto da AEA technology (Waste management options and climate change) per conto della Commissione Europea, si mettono a confronto differenti strategie e combinazioni nel trattamento dei rifiuti per valutare quali siano i migliori sistemi di gestione per ridurre le emissioni di sostanze iquinanti (es. raccolta differenziata spinta e compostaggio, rispetto a incenerimento del rifiuto misto, rispetto alla discarica). Il primo punto nel sommario recita: «Lo studio mostra che in generale, la strategia raccolta differenziata dei RU seguita dal riciclaggio (per carta, metalli, tessili e plastica) e il compostaggio/digestione anaerobica (per scarti biodegradabili) produce il minor flusso di gas serra, in confronto con altre opzioni per il trattamento del rifiuto solido urbano tal quale. Se confrontato allo smaltimento del rifiuto non trattato in discarica, il compostaggio/digestione anaerobica degli scarti putrescibili e il riciclaggio della carta producono la riduzione più elevata del flusso netto di gas serra» . Tale studio è anche alla base del Piano provinciale per la gestione dei rifiuti urbani e assimilati del giugno 2007 della Provincia di Savona, secondo cui: «La necessità di recepire gli obiettivi del protocollo di Kyoto per la lotta all’effetto serra e al cambiamento climatico, è diventato un importante punto di vista nella definizione della politica ambientale. Da questo punto di vista, bisogna sottolineare che la biomassa è stata troppo a lungo considerata esclusivamente come una potenziale risorsa energetica sostitutiva dei combustibili fossili. Più di recente invece, una valutazione approfondita su tali temi ha portato ad una valutazione scientificamente più equilibrata in cui il ruolo della sostanza organica nel suolo viene considerata un fattore di rilievo nella strategia complessiva di lotta al cambiamento climatico. Quello che scaturisce dalle valutazioni più recenti è che la fertilizzazione organica provoca nel tempo un accumulo di carbonio nel suolo, il che potrebbe fungere da meccanismo per la sottrazione, nel bilancio complessivo, di anidride carbonica all’atmosfera. Alcuni calcoli hanno giustamente sottolineato il fatto che un aumento dello 0.15% del carbonio organico nei suoli arabili italiani potrebbe fissare nel suolo la stessa quantità di carbonio che ad oggi è rilasciata in atmosfera per l’uso di combustibili fossili in un anno in Italia» . La desertificazione La desertificazione è definita come “degrado delle terre nelle aree aride, semi-aride e sub-umide secche, attribuibile a varie cause, fra le quali variazioni climatiche ed attività umane” (UNCCD – United Nations Convention to Combat Desertfication); ovvero di supportare la produzione di biomassa a causa di variazioni climatiche e di attività antropiche. La desertificazione spesso ha origine dallo sfruttamento intensivo della popolazione che si stabilisce nel territorio per coltivarlo oppure dalle necessità industriali e di utilizzo per il pascolo. Il termine desertificazione si configura quindi come un generico degrado delle terre in particolari ambiti climatici, e non necessariamente come l’espansione dei deserti (desertizzazione). Le cause che maggiormente contribuiscono al processo di desertificazione sono molte e complesse e comprendono, oltre alle classiche attività di deforestazione, sovrapascolo, cattive pratiche di irrigazione e, più genericamente pratiche di uso del suolo non sostenibili, anche alcuni complessi meccanismi relativi al commercio internazionale. È però interessante notare che la UNCCD in Countries experiencing Serious Drought and/or Desertification (Convenzione per Combattere la Desertificazione in quei Paesi che soffrono di Gravi Siccità) ammette che anche alcuni parametri sociali e politici contribuiscono significativamente al processo di desertificazione delle terre; fra questi il livello di povertà e l’instabilità politica. La Convenzione cerca quindi di promuovere azioni locali, possibilmente con idee nuove ed approcci innovativi, e che beneficino di partenariato internazionale. Questo perché i cambiamenti da effettuare sono sia a livello locale che internazionale. I processi di desertificazione sono estremamente diffusi nel mondo tanto che ogni anno circa 6 milioni di ettari di terre subiscono un processo irreversibile di desertificazione e altri 20 milioni di ettari ne sono interessati fino a non essere più sfruttabili con profitto dall’uomo; le aree a rischio sono state valutate attorno al 35% dell’intera superficie utile, secondo differenti gradi (moderato, elevato, molto elevato). Il 33% della superficie dell’Europa è minacciato dalla desertificazione, mentre il 10% e il 31% delle terre italiane sono, rispettivamente, a forte e a medio rischio di erosione . Secondo il Ministero dell’Ambiente, che presiede il Comitato Italiano di lotta alla desertificazione, circa il 27% del territorio è minacciato da processi di inaridimento dei suoli. In particolare, il Mediterraneo settentrionale (Grecia, Italia, Portogallo, Spagna, Turchia) è colpito da desertificazione per effetto di fattori climatici, della crisi dell’agricoltura e conseguente abbandono delle terre, dell’erosione idrica ed eolica, dello sfruttamento non sostenibile delle risorse idriche soprattutto nelle fasce costiere per usi agricoli, industriali, urbani. Nel giro di 40 anni, afferma una ricerca R.I.A.DE , il fenomeno ha colpito il 30% dell’Italia, concentrato prevalentemente nelle regioni meridionali. Paradossalmente il paesaggio sta diventando invece più verde all'interno, con aree dove la natura è padrona, mentre appare inaridito, inquinato, con problemi di risorse idriche e di gestione sulle coste, utilizzate da agricoltura, allevamenti, industrie e turismo. In Italia le cause della desertificazione sono principalmente attribuibili alle attività dell'uomo e solo in minima parte a cause naturali. Il fenomeno della desertificazione è ai più pressoché sconosciuto nonostante nel frattempo si sia rapidamente evoluto in pochi anni. La desertificazione in Italia Nel 2003 il fenomeno interessava cinque regioni, 13 province, 16.500 chilometri quadrati di territorio: la desertificazione aveva già colpito circa il 5,5% del Paese. Le zone più interessate dai fenomeni erano soprattutto le isole, grandi e piccole, e le coste del Mezzogiorno d’Italia: la Sicilia e la Sardegna, le isole Pelage (Lampedusa, Linosa e l’isolotto di Lampione), Pantelleria, le Egadi, Ustica e parte delle coste di Puglia, Calabria e Basilicata. La regione dove è più elevato il rischio di terre “aride e desolate” era la Sicilia con cinque province: Siracusa, Enna, Ragusa, Trapani e Agrigento, che rappresentano il 36,6% del suo territorio, presentavano aree sensibili alla desertificazione. Seguivano la Puglia con il 18,9% del territorio ed anche una zona non costiera, l’interno del Gargano, e la Sardegna con il 10,8% della superficie. La situazione in Campania Nel 2007 la situazione è molto cambiata, aggravandosi. Alle regioni precedentemente interessate si sono aggiunte il Molise e la Campania. Situazione particolarmente grave è quella della Sardegna, dove il rischio desertificazione riguarda ben il 52% del territorio regionale, di cui l’11% già colpito, ovvero in cui il fenomeno è già in atto. Problemi analoghi sono presenti anche in Abruzzo, dove è interessato quasi il 40% del territorio. A forte rischio sono anche le zone interne della Sicilia: le province di Caltanissetta, Enna e Catania e lungo la costa agrigentina. In Puglia, invece, solo il 7% del territorio regionale non è affetto dal rischio deserto, mentre il 93% è mediamente sensibile (47,7%) e molto sensibile (45,6%). Esistono già dei piani anti-desertificazione delle 7 regioni più a rischio (Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia), che riguardano 5 capitoli di intervento: protezione del suolo; gestione sostenibile delle risorse idriche; riduzione dell’impatto delle attività produttive; riequilibrio del territorio; misure trasversali. Dei 6,6 miliardi stanziati, quasi la metà riguarda il capitolo risorse idriche. “In Campania, in particolare, fenomeni di degradazione e desertificazione hanno cominciato a manifestarsi nei territori montano-collinari e nelle fasce dunari costiere, interessando circa 300.000 ettari” , il 22,06 circa del territorio regionale che ha una superficie di 1.359.354 ettari. “Tuttavia anche in comprensori di consolidata tradizione agricola, quali le piane fluviali, si evidenziano gravi fenomeni di degrado” . Causa principale di tale fenomeno in Campania è dato da un’intrinseca vulnerabilità dei suoli e dall’attività dell’uomo caratterizzata principalmente da un uso improprio, dall’abbandono del territorio e dalle attività illecite. Prime conclusioni Alla luce di quanto evidenziato e solo considerando i tre indicatori: Sviluppo locale ecosostenibile, desertificazione ed energia nell’ambito di un’attenta valutazione dell’impronta ecologica del territorio dato è possibile una corretta pianificazione. Nella pianificazione le condizioni di partenza del territorio sono il primo ed imprescindibile elemento su cui basare la tipologia di interventi da attuare. Un esempio per capire La situazione preoccupante del basso livello di sostanza organica (s.o.) presente nei terreni agricoli campani , impone con urgenza la definizione di un programma e di una strategia che abbia come obiettivo l’innalzamento progressivo della s.o. dei terreni campani. In un terreno in equilibrio il contenuto di sostanza organica resta costante, cioè la quantità distrutta annualmente eguaglia quella apportata. Questo equilibrio umico si mantiene fin tanto che il ritmo degli apporti e/o delle perdite non è modificato. L’evoluzione dell’humus nel terreno è estremamente lento. Secondo Barbier per portare dal 2% al 2,2% la sostanza organica in un terreno, bisogna forzare le concimazioni organiche per 10 e forse per 20 anni. Si considera che da 4 t di matrice iniziale di sostanza putrescibile recuperata dai R.U. (Rifiuti Urbani) è possibile ottenere 1 t circa di compost. Se si volessero frenare i processi di degradazione dei suoli campani utilizzando il compost dalla frazione putrescibile dei rifiuti e aumentare la sostanza organica della S.A.U. (Superficie Agraria Utilizzata), pari a 588.200,77 ha ad esempio di appena lo 0,1 % è necessario un apporto di almeno 400 q.li di s.o. per anno e per ettaro, per un periodo di almeno 10 anni. La frazione organica dei rifiuti in Campania rappresenta circa il 30% dei 2.806.000 tonnellate di rifiuti prodotti mediamente ogni anno e quindi circa 841.800 t; da tale frazione si otterrebbero circa 210.000 t/anno di compost (841.800 t : 4), sufficiente appena a soddisfare il 0,87 % dei terreni interessati l’anno . Per quanto esposto è di tutta evidenza che occorre implementare al massimo la produzione di compost e utilizzare le eventuali biomasse da produzione no food per la loro trasformazione in compost. Questo significa, in altri termini, che l’indicatore “desertificazione”, nella pianificazione in un qualunque settore, dovrà costituire un parametro fondamentale anche nella scelta delle tecnologie. In Campania, dunque, dove è forte e urgente l’esigenza di innalzare il livello di sostanza organica dei terreni e quindi della fertilità per garantire il futuro, è necessario che, ad esempio, il piano rifiuti vada nella direzione di privilegiare impianti che recuperino la frazione organica per trasformarla in ammendante o fertilizzante; escludendo altre alternative che, pur mostrandosi compatibili sul piano ambientale (ad esempio gli impianti per la produzione di energia con biomasse) di fatto contribuirebbero ad accelerare i fenomeni di degradazione e desertificazione. Se si volessero migliorare le condizioni dei terreni della sola provincia di Caserta, per conservare l’attuale livello di sostanze organiche, pur trasformando in compost (ammendanti e fertilizzanti) l’intera frazione organica proveniente dalla raccolta differenziata si potrebbe soddisfare solo un 10 % della S.A.U. (pari ad Ha 107.402,16) . Tutto ciò, se si ha un minimo di preoccupazione per il futuro, escluderebbe a priori sia l’incenerimento con i cosiddetti termovalorizzatori, sia gli impianti a biomasse. L’impianto per la produzione di energia elettrica da biomasse a Pignataro Alla luce delle precedenti considerazioni, si chiede di revocare tutti gli atti, autorizzazioni, ecc. per la realizzazione dell’impianto per la produzione di energia elettrica da biomasse a Pignataro Maggiore. Tanto più forte è tale richiesta in quanto l’impianto ricade in una zona di elezione delle produzioni agricole campane (mozzarella di bufala campana DOP e mela annurca IGP). Si ricorda, a tale proposito che D.Lgs. maggio 2001, n.228 – “Orientamento e modernizzazione del settore agricolo, a norma dell'articolo 7 della L. 5 marzo 2001, n. 57” all’art.21 fa espresso divieto di realizzare impianti di smaltimento in aree di produzione del DOP e/o DELL’IGP. Essa, tra l’altro recita che: “lo Stato, le regioni e gli enti locali tutelano, nell'ambito delle rispettive competenze: a) la tipicità, la qualità, le caratteristiche alimentari e nutrizionali, nonché le tradizioni rurali di elaborazione dei prodotti agricoli e alimentari a denominazione di origine controllata (DOC), a denominazione di origine controllata e garantita (DOCG), a denominazione di origine protetta (DOP), a indicazione geografica protetta (IGP) e a indicazione geografica tutelata (IGT); b) le aree agricole in cui si ottengono prodotti con tecniche dell'agricoltura biologica ai sensi del regolamento (CEE) n. 2092/91 del Consiglio, del 24 giugno 1991; c) le zone aventi specifico interesse agrituristico. Qualora si dovesse insistere su questa scellerata iniziativa, si chiede di inserire nell’atto autorizzativo e conseguentemente nella riapprovazione del progetto, la clausola che preveda che almeno il 70% dell’energia termica prodotta dall’impianto sia obbligatoriamente destinata ad usi termici, industriali o civili (teleriscaldamento). Ciò nell’ottica che lo sfruttamento delle biomasse va indirizzato verso i fabbisogni termici, non certamente elettrici. Per tale motivo, gli incentivi per le biomasse andrebbero in generale spinti (qualora si dovesse tragicamente insistere nel settore) sugli usi termici residenziali. Pignataro Maggiore, 3 aprile 2008 Dr.agr. Giuseppe MESSINA – Comitato scientifico Legambiente e Assise della città di Napoli e del Mezzogiorno d’Italia Allegato D.Lgs. maggio 2001, n. 228 Orientamento e modernizzazione del settore agricolo, a norma dell'articolo 7 della L. 5 marzo 2001, n. 57. 21. Norme per la tutela dei territori con produzioni agricole di particolare qualità e tipicità. 1. Fermo quanto stabilito dal decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22, come modificato dal decreto legislativo 8 novembre 1997, n. 389, e senza nuovi o maggiori oneri a carico dei rispettivi bilanci, lo Stato, le regioni e gli enti locali tutelano, nell'ambito delle rispettive competenze: a) la tipicità, la qualità, le caratteristiche alimentari e nutrizionali, nonché le tradizioni rurali di elaborazione dei prodotti agricoli e alimentari a denominazione di origine controllata (DOC), a denominazione di origine controllata e garantita (DOCG), a denominazione di origine protetta (DOP), a indicazione geografica protetta (IGP) e a indicazione geografica tutelata (IGT); b) le aree agricole in cui si ottengono prodotti con tecniche dell'agricoltura biologica ai sensi del regolamento (CEE) n. 2092/91 del Consiglio, del 24 giugno 1991; c) le zone aventi specifico interesse agrituristico. 2. La tutela di cui al comma 1 è realizzata, in particolare, con: a) la definizione dei criteri per l'individuazione delle aree non idonee alla localizzazione degli impianti di smaltimento e recupero dei rifiuti, di cui all'articolo 22, comma 3, lettera e), del decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22, come modificato dall'articolo 3 del decreto legislativo 8 novembre 1997, n. 389, e l'adozione di tutte le misure utili per perseguire gli obiettivi di cui al comma 2 dell'articolo 2 del medesimo decreto legislativo n. 22 del 1997; b) l'adozione dei piani territoriali di coordinamento di cui all'articolo 15, comma 2, della legge 8 giugno 1990, n. 142, e l'individuazione delle zone non idonee alla localizzazione di impianti di smaltimento e recupero dei rifiuti ai sensi dell'articolo 20, comma 1, lettera e), del citato decreto legislativo n. 22 del 1997, come modificato dall'articolo 3 del decreto legislativo n. 389 del 1997.