Titolo: 20/01/2009 Difesa del territorio agricolo e competitività territoriale. Il caso Pastorano

Il Comune di Pastorano si trova collocato nella più vasta area del territorio casertano dove sono centrali e strategiche, per l’intera economia di Terra di Lavoro, l’allevamento bufalino e il settore ortofrutticolo. Vale la pena ricordare, infatti, che la natura, grazie a tre vulcani, il Vesuvio, Campi Flegrei e Roccamonfina, ha generato i terreni agricoli più fertili al mondo. Il settore agroalimentare costituisce, di fatto, l’asse portante dell’economia di Terra di Lavoro e contribuisce alla formazione del valore aggiunto regionale in misura di oltre il 14%. Il paradosso vuole però che le 40.000 aziende agricole (un record), soffermandoci solo su Terra di Lavoro, abbiano a disposizione poco più di 107 mila ettari di terreno. Ma la situazione diventa ancor più paradossale se concentriamo l’attenzione sul solo comune di Pastorano. La nostra fotografia stampa una situazione a dir poco inverosimile, infatti: Pastorano ha un territorio di appena 1385 ettari (13,85 Kmq) ma, per quanto possa sembrare incredibile, lo strumento di governo del territorio (un Piano di fabbricazione ancora degli anni 70!) ha destinato oltre 500 ettari, circa il 35,71% dell’intero territorio alle attività industriali. Un autentico record. Non abbiamo memoria di altri territori comunali in Italia, neanche nel più giustamente famoso Nord-Est del paese dove l’industria appare come una cosa di notevole interesse economico. Eppure è la realtà dei fatti. Fortunatamente (e ovviamente) l’area è scarsamente investita ad attività industriali conservando ancora la sua vocazione agro-zootecnica. Ma la vicenda della Esogest (un megaimpianto per il trattamento dei rifiuti industriali provenienti un po’ dovunque con non poche responsabilità degli amministratori e dirigenti locali e regionali) e, pare di altre suggestive quanto inquietanti proposte (addirittura una fonderia!) pongono seriamente la necessità di un ragionamento che valga non solo per Pastorano ma per l’idea stessa di sviluppo e di futuro per l’economia di Terra di Lavoro. Appare del tutto evidente, intanto, che l’area destinata alle attività industriali è eccessivamente alta e bene farebbero gli amministratori, nelle more di un Puc degno di questo nome, a ridimensionare drasticamente tale superficie (almeno del 90%). Ma il punto è anche un altro: cosa farne di queste aree? Di cosa ha bisogno effettivamente il territorio per qualificare l’offerta e garantire nuova occupazione? La chiave, secondo il nostro parere, per superare questa contraddizione è da una parte difendere la risorsa terra e dall’altra rendere maggiormente competitivo il territorio. Appare del tutto evidente che sottrarre terreno alle sue funzioni dove la produttività della terra è così elevata costituisce errore grave e irreparabile In questa situazione, purtroppo gli imprenditori agricoli, pur con l’impegno delle loro organizzazioni di rappresentanza non riescono a fare capire l’importanza che ha la difesa della risorsa. Come si può, inoltre, rendere il nostro territorio competitivo? Per prima cosa, un territorio inquinato, dall’acqua imbevibile, dall'ambiente devastato in nome della “produzione in competizione”, è di per sé, non competitivo, perché inadeguato anzitutto per i cittadini che lo abitano. Non è possibile che un territorio degradato possa veicolare nelle reti globali le sue risorse, naturali, culturali, turistiche, o i suoi prodotti. Si assumano quali parametri di “competitività territoriale” l'integrità e la qualità delle risorse endogene: il territorio come risorsa. Occorre, però, realizzare uno sviluppo locale ecosostenibile. La sostenibilità ambientale si realizza quando si ha un uso conservativo delle risorse: “spendo l’interesse e non consumo il capitale”, e quando si realizzano attività remunerative e compatibili con le attitudini del territorio, e che siano praticabili per un tempo indefinito, come sono l’agricoltura e la zootecnia. Una qualsiasi azione sostenibile è tale in quanto non trascende la capacità della natura di accettarla e sopportarla, insieme agli effetti che l’azione stessa può innescare. La sostenibilità dell’azione dell’uomo è, quindi, strettamente connessa alla capacità che la natura ha di sedimentare i cambiamenti che, con essa vengono introdotti nell’ambiente; ‘sedimentare’, e non reagire con una modifica degli assetti. In termini ancora più tecnici si può affermare che si raggiunge “il soddisfacimento della qualità della vita mantenendosi entro i limiti della capacità di carico degli ecosistemi che ci sostengono” come sostiene efficacemente Osvaldo Cammarota. È possibile un autentico sviluppo locale ecosostenibile solamente attraverso la conoscenza del territorio e un’attenta valutazione e uso sostenibile delle risorse locali. In questo senso pensare alle aree industriali di Pastorano, Pignataro, ecc. come avulse dal loro contesto produttivo e naturale, non può che risultare un tragico errore.